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Un Paese a Sei Corde

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Damiano de Santis - Fabrizio Fanini

22/07/2017

La sorpresa di due Very Italian Artists suggeriti da Miki Piperno

DAMIANO DE SANTIS - FABRIZIO FANINI
Cesara - 22 luglio 2017

Dopo giornate torride, un temporale ci stava proprio bene. Magari sarebbe stato meglio non scoppiasse durante un concerto de UN PAESE A 6 CORDE, ma tant’è... Così, a Cesara, anziché nel grazioso giardino dal sapore antico, a causa della pioggia, ci siamo ritrovati all’interno della chiesa di San Clemente, un prezioso scrigno sulle alture a ridosso del lago d’Orta che ha accolto il doppio recital di due “Very Italian Artists” davvero speciali e inaspettati: Damiano de Santis e Fabrizio Fanini. Due giovani (chi più, chi meno) musicisti che, partendo da una solida base di studi classici di Conservatorio, hanno saputo mettersi in gioco con la loro creatività ed un’espressività artistica piuttosto originale.
Il primo ad entrare in scena è stato Damiano de Santis, coi suoi ricci e gli occhiali rossi, ma soprattutto con una gran voglia di ballare che esce prorompente dalla sua musica. E se l’inizio è stato affidato ad una melodia dolce e raffinata, il ritmo funky di Born to Dance ci ha subito aperto la porta della sua cameretta dove, da piccolo, si divertiva a danzare sulle note di Michael Jakson. Forse un fisico più snello e atletico ne avrebbe fatto un ballerino, ma così avremmo rischiato di perdere un chitarrista fiero e dalla grande tecnica e musicalità, capace di fondere la perfezione del tremolo di Una Limosna Por l’Amor De Dios, di Agustin Barrios Mangorè col groove gioioso di The Body Is Simple in cui il ballerino mancato e il chitarrista appassionato hanno definitivamente conquistato l’affetto del pubblico. Con la sua chitarra “crossover”, in grado di unire il meglio della chitarra classica e acustica, e la sua timida simpatia ha saputo intrattenere i presenti raccontando qualcosa di ogni brano, sia che fosse una delle sue belle composizioni, sia che si trattasse di un omaggio ad altri compositori, che fosse Vinícius de Moraes o Cocciante. E gli applausi entusiasti di tutti lo hanno premiato.
Occhiali diversi e una chitarra piccolina quelli di Fabrizio Fanini, che è entrato in scena con una minuscola valigia con il mappamondo disegnato sopra. La curiosità era già alle stelle. No, non sono giochi rubati al piccolo Giovanni Maria, a cui ha dedicato My Little Prince, brano vivace e fresco in cui mostra un approccio da moderno fingerstyler alle corde di nylon. La chitarra è frutto di una attenta ricerca tecnica ed è stata costruita su misura per le esigenze di Fabrizio, riavvicinatosi alle sonorità della chitarra classica dopo l’incontro col compianto e amatissimo Fausto Mesolella. E la valigetta? Beh, quella è rimasta ancora un segreto. Con la sua cordiale pacatezza ha raccontato i suoi brani ad un pubblico attento e partecipe, strappando non pochi sorrisi. La bellissima Suite for Jerusalem, divisa in quattro movimenti come quattro sono i quartieri della città vecchia di Gerusalemme, ha segnato il momento clou del suo piccolo concerto. Un brano lungo e variegato che ha lasciato col fiato sospeso tutti i presenti, fino al grande applauso finale. Dalle finestre della chiesa si vedevano lampi che sconquassavano il cielo, ma qui dentro regnava una pace rilassata. Non fosse stato per i disturbi elettrici causati all’impianto acustico, nessuno più avrebbe pensato al temporale. Intanto il concerto è arrivato alla fine, portandoci un ultimo omaggio a due grandi premi Oscar come Ennio Morricone e Nicola Piovani. E la valigetta? Contiene tutto il mondo di Fabrizio Fanini: la sua musica.

Patrizia & Mauro Gattoni

 





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